SCHEDA

STANCHI A
STANCHI
STANCHI B

GIOVANNI STANCHI

ROMA 1608 – 1673

 

NATURA MORTA CON FRUTTA IN BACILE DI RAME

DIPINTO AD OLIO SU TELA

MISURE: CM 98 X 135

 

NATURA MORTA CON FRUTTA E FIORI IN ALZATA

DIPINTO AD OLIO SU TELA

MISURE: CM 98 X 135

 

SCHEDA CRITICA A CURA DEL DOTT. MARK MACDONNELL

 

Maria Silvia Proni scrive che le due tele, note finora al solo esame fotografico, facevano parte, con ragionevole certezza, del gruppo di quadri citati negli inventari Rospigliosi del 1713 (Inventario della guardaroba, e palazzo dell’ Ecc.mo S. Duca Gio: Batta Rospigliosi dall’26 giugno 1713), n. 222.: “Due sovrapporti di p. 4 e 2 ½ con frutti, e fiori con tappeto dipinto che gli fa cornice opera dello Stanchi”, n. 318 “Due soprafinestre p. traverso di p. 5 e 2 ½ che rappresentano frutti, e fiori con tappeto che finge da cornice opera dello Stanchi” (A. Negro, La Collezione Rospigliosi La quadreria e la committenza artistica di una famiglia patrizia a Roma nel Sei e Settecento, 1999, pp. 315 e 317) Se da un lato la puntuale descrizione negli inventari della nobile collezione romana delle due composizioni conferma, oltre ogni dubbio, la paternità dei quadri stessi, dall’altra il rombo posto sul contenitore della prima tela, chiaro rimando allo stemma nobiliare dei Rospigliosi, presente non a caso in una composizione documentata, accredita l’ipotesi che anche le altre tele dove lo stesso rombo compaia, sia su un nastro che lega i fiori che su uno sgabello o su di un vaso, siano state eseguite per i Rospigliosi. Silvia Proni ha già in altra sede sottolineato la presenza della medesima sigla araldica in altri quadri sicuramente accreditabili alla famiglia Stanchi (M. S. Proni, La famiglia Stanchi in Pittori di natura morta a Roma artisti italiani 1630-1750, a cura di Gianluca e Ulisse Bocchi, 2005, pp. 244-329, figg. FS. 13, 14, 15 p. 256, figg. FS. 16, 17 p. 258, figg. FS. 18, 19 p. 259). In particolare, nella Natura morta con fiori in vaso di metallo con lo stemma Rospigliosi e mazzo di fiori su piatto metallico (Proni, op. cit., 2005, p. 258, fig. FS. 17), è tratteggiato un contenitore metallico con il solito rombo del tutto simile a quanto riscontrabile nella Natura morta con frutta posta in un bacile metallico con lo stemma Rospiglosi, incorniciata da un tappeto qui esaminata. Il 26 novembre 1644, nei documenti Rospigliosi, viene citato Giovanni Stanchi come autore de “la maggior parte dei fiori …” (Negro, op. cit. 1999, p. 71 nota 87), mentre nei posteriori inventari della stessa casata non viene specificato a quale degli Stanchi siano da attribuire i numerosi quadri elencati. Per lo spinoso problema di distinguere, nelle opere anche documentate, la mano dei tre fratelli, Proni rimanda ad una sua precedente pubblicazione (Proni, op. cit., 2005), affermando che solo le composizioni di più stretta matrice fiamminga, databili non oltre il quarto decennio del secolo, sono da accreditare al solo Giovanni. Le due composizioni in esame non possono, per ragioni stilistiche, che collocarsi nel pieno della maturità di Giovanni e quindi quando la collaborazione tra quest’ultimo e il più giovane fratello Niccolò doveva essere operativa. Va rilevato comunque che l’insolito rigore dell’organizzazione spaziale, giocata in piani orizzontali sovrapposti, con un’invenzione di eccezionale resa di matrice post-caravaggesca, ampiamente filtrata da argomentazioni barocche, sembrerebbe accreditabile al più anziano Giovanni. E non va dimenticato che l’operare degli Stanchi, chiaramente su indicazione di Giovanni, muovendo dai risultati del Seghers e dell’Accademia del Crescenzi, palesi un’adesione più sentita al mondo sia fiammingo che post-caravaggesco di quanto non appaia nelle opere di altri artisti romani contemporanei quali il Nuzzi o il Cerquozzi. Nella magniloquenza barocca il “dato botanico”, minuziosamente riprodotto, acquista qui una nuova eccezione, diviene “realismo di lusso” (Proni, op. cit., 2005, p. 280) e, come nelle opere migliori degli Stanchi, gli oggetti del quotidiano tralasciano le proprie caratteristiche commestibili o decorative per diventare ostentato “oggetto di meraviglia”. I pregiati tappeti poi, un “unicum” nella produzione fino ad oggi nota degli Stanchi, incorniciando fiori e frutti, li trasformano in acclamati attori sul palcoscenico del lusso mondano; l’apparecchiatura domestica, diventata teatralità preziosa, si offre allo spettatore non solo per essere ammirata ma, quasi, toccata ed odorata nell’eccezionale resa mimetica che le due composizioni offrono. Considerando la qualità delle due tele e gli stringenti riferimenti inventariali che le corredano, le due composizioni diventano imprescindibile punto di riferimento per future considerazioni sull’operato della famiglia Stanchi. Ringraziamo Maria Silvia Proni per aver confermato l’autografia delle opere e per aver catalogato i due dipinti in oggetto. Ringraziamo Andrea G. de Marchi, che indipendentemente da Maria Silvia Proni ha anch’egli confermato l’autografia dei due dipinti.

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