SCHEDA

ORBETTO

ALESSANDRO TURCHI

DETTO L’ORBETTO

Verona 1578 – Roma 1649

 

CRISTO ALLA COLONNA

Dipinto ad olio su rame

Misure: CM 29 X 20

 

SCHEDA critica A CURA DEL PROF. SANDRO BELLESI

 

L’opera, di buona qualità stilistica e in perfetto stato conservativo, risulta un piccolo gioiello su rame nel quale compare, entro uno sfondato architettonico di chiaro gusto scenografico, una rappresentazione sacra, priva di riferimenti letterari ed iconografici oggi noti, nella quale è raffigurato san Pietro orante alla presenza del Cristo alla Colonna. Sulla traccia delle fonti evangeliche e agiografiche sappiamo, in effetti, che dopo la cattura di Gesù san Pietro, “principe degli apostoli” e primo pontefice della Chiesa, non ebbe più modo di vedere il Figlio di Dio, rinnegando ben tre volte la sua appartenenza ai seguaci del Salvatore. Tale tradimento, preannunciato dallo stesso Cristo, comportò l’eterno pentimento dell’apostolo, che dedicò il resto della sua esistenza a Dio morendo nel nome di questi. Fuggito in tarda età da Roma dietro sollecitazione dei suoi compagni di fede per aver salva la vita, il santo, come ricordato negli Atti di Pietro e nella Legenda aurea, fu messo nuovamente alla prova dal Signore. Si narra, infatti, che lungo la via Appia, Pietro vide Cristo con la croce e rivolgendosi a lui chiese “Domine, quo vadis?” (Signore, dove vai?), al che questi rispose che si recava a Roma per essere nuovamente crocifisso. Dopo aver udito queste parole il santo comprese di dover ritornare indietro per seguire il suo destino, cioè essere martirizzato. In base a quanto detto la scena presente nel dipinto risulta, pertanto, una libera interpretazione dei testi sacri, relazionabile con probabilità a particolari esigenze di committenza, al momento sconosciute, tra le quali potremmo supporre, come ipotesi più ovvia, un legame tra il nome del santo e quello dell’acquirente.

Proveniente da una collezione veronese, l’opera, finora inedita, risulta riferita per tradizione ad Alessandro Turchi, detto l’Orbetto. Tale riferimento attributivo appare decisamente appropriato per i particolari caratteri stilistici dell’opera, ricorrenti in altre prove dell’artista.

Nato a Verona nel 1578 e soprannominato l’Orbetto, in relazione al padre cieco, Alessandro Turchi, avendo dimostrato particolari interessi per le arti figurative, fu educato in giovane età alla pittura nello studio di Felice Brusasorci, dove ebbe modo di conoscere Pasquale Ottino (Verona, 1578-1630), artista con il quale collaborò nel 1605 all’ultimazione di alcune opere del maestro, soprattutto una pala, lasciate incompiute al momento della sua morte. Dopo aver completato i suoi studi, grazie anche a un soggiorno a Venezia, Turchi dette inizio a una prolifica attività autonoma a Verona, contrassegnata, in un primo tempo, essenzialmente da dipinti ecclesiali concilianti il linguaggio dei maestri tardo-manieristi dell’entroterra veneto e le novità primo-seicentesche della pittura lagunare. Tra il 1616 e il 1621 l’artista effettuò, in compagnia di Marcantonio Bassetti (Verona, 1586-1630), due viaggi a Roma, dove, oltre a lasciare alcune opere, fu introdotto alla conoscenza della pittura classicista, del mondo caravaggesco e dei dipinti di Carlo Saraceni, rinomato pittore veneziano. Dopo un breve rientro in patria, l’artista, nei primi anni venti, decise di far ritorno stabilmente nella Città Eterna, passando con probabilità dalle Marche dove si conservano alcune sue opere, dove acquisì un posto di rilievo, come attestano le commissioni oggi conosciute e le importanti cariche all’interno dell’Accademia di San Luca. La fase tarda della sua attività, sempre segnata da pitture di grande qualità e originalità descrittiva, è legata in gran parte alla produzione profana di piccolo o medio formato, connessa, oltre al mercato romano, a richieste dal Veneto e dalla Francia. Carico di successi, Turchi muore a Roma nel 1649 (per l’artista si veda D. Scaglietti Kalescian, Alessandro Turchi detto l’Orbetto: 1578-1649, Milano, 1999; con bibliografia precedente).

Interessante primizia all’interno del catalogo giovanile dell’Orbetto, l’opera, che sembra trovare una collocazione cronologica adeguata ai primissimi anni del Seicento, presenta un linguaggio stilistico raffinato ed eclettico, votato essenzialmente verso la pittura veronese tardo-manierista e i maestri veneziani di fine Cinquecento. Insieme ad echi controriformati desunti da artisti come Felice Brusasorci e Sante Creara, il piccolo rame, nel quale si evidenziano anche labili contatti con le pitture di Jacopo Ligozzi, denota chiari riflessi dei maestri lagunari, evidenti, in modo marcato, nella resa anatomica e nella tipologia del Cristo, rapportabili a immagini “idealmente affini” di Jacopo Palma il Giovane, come evidenziano, ad esempio, i confronti con opere di questi come il Cristo alla colonna nel Musée des Beaux-Arts a Lione e il Compianto sul Cristo morto nella Christ Church Gallery a Oxford (per queste opere si veda S. Mason Rinaldi, Palma il Giovane. L’opera completa, Milano, 1984, figg. 135 e 738). Comparabile anche alle prove giovanili di Pasquale Ottino e di Marcantonio Bassetti, il dipinto trova, a tutti gli effetti, richiami lessicali pertinenti con varie opere del primo Seicento assegnate dalla critica o documentate al catalogo dell’Orbetto. Oltre che con l’Immacolata Concezione in gloria in Sant’Orsola a Mantova, affine nella ieratica e quasi columnare definizione della figura principale e nella resa fantasiosamente onirica delle architetture nello sfondo (strette e slanciate verso l’alto), il rame evidenzia affinità dirette con le pale con la Madonna con Gesù Bambino in gloria con angeli e santi nel Museo di Castelvecchio a Verona e con l’Assunta con angeli e santi in Sant’Anastasia a Verona: opere databili al primo decennio del XVII secolo (per le illustrazioni di queste opere si veda D. Scaglietti Kalescian, op. cit., pp. 23, 77 e 83). Il tono palmesco della figura di Cristo, indice di una datazione precoce dell’opera, sarà decisamente stemperato e variato nella produzione successiva dell’artista, come testimoniano pitture cronologicamente più avanzate come la lavagna con la Flagellazione di Cristo nelle raccolte della Galleria Palatina a Firenze, eseguita con probabilità al tempo del suo primo soggiorno romano e già partecipe delle novità diffuse negli anni dieci nell’Urbe (per questa opera si veda S. Casciu in Pietre colorate. Capricci del XVII secolo dalle collezioni Medicee, catalogo della mostra a cura di M. Chiarini e C. Acidini Luchinat, San Severino Marche/Macerata, Cinisello Balsamo/Milano, 2000, pp. 92-93; con bibliografia precedente).    

Iscrizione: sul retro insieme a un graffito con una veduta di città e soldati compare, capovolta, la scritta “PAPIA”.

L’opera è sottoposta a vincolo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

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