SCHEDA

TavolinoSpighiPiano
TavolinoSpighi
SPIGHI

 Francesco Spighi

Attivo a Firenze nel XVIII secolo

 

TAVOLO SCRITTOIO

Legno intarsiato e listrato

Misure: cm 108 x 83 x 80

 

SCHEDA CRITICA A CURA DEL PROF. ENRICO COLLE

 

Il tavolino ha il piano d’appoggio scorrevole al di sotto del quale vi è un contropiano rivestito di pelle che aprendosi lascia spazio ad un vano, impiallacciato in legno d’olivo, con piccoli cassetti e a due scarabattoli laterali destinati a contenere i documenti e il necessario per scrivere.

La “segreteria a tavolino”, come venivano definiti nei documenti settecenteschi questo genere d’arredi, fu realizzata a Firenze durante l’ultimo decennio del XVIII secolo e può rientrare stilisticamente nella produzione di una delle fiorenti botteghe d’ebanisteria attive in quegli anni nel capoluogo toscano, ad esempio quella di Francesco Spighi, specializzato in questo genere di mobilia, seguita dai laboratori di Marco Calestrini, di Angiolo Ballatresi, e di Gioacchino Paoli per citarne alcune tra le più famose.

La forma del mobile e lo stile dei suoi intarsi furono infatti eseguiti secondo i dettami del più aggiornato gusto neoclassico che a Firenze si sviluppò sia attraverso una generale ripresa dei temi decorativi dell’antichità, largamente documentati nelle collezioni medicee, sia grazie ad una intelligente rielaborazione degli ornati di matrice cinquecentesca. All’Accademia di Belle Arti, a questo proposito, nel 1785, fu nominato come insegnante d’ornato il decoratore Francesco Luigi Levrier, autore, insieme a Ildebrando Poggi e Carlo Lasinio, di un’importante raccolta di disegni tratti dalle più celebrate decorazioni a grottesca allora presenti nei palazzi fiorentini. Tale linea stilistica, frutto della sapiente commistione tra gusto archeologico e revivals rinascimentali, sarà ulteriormente sviluppata da Ferdinando III dopo la sua nomina a Granduca di Toscana, avvenuta nel 1790, con la commissione a Giuseppe Terreni di decorare le sale del nuovo Quartiere d’Inverno al secondo piano di Palazzo Pitti e, con un sempre più deciso orientamento nei confronti del gusto inglese, dagli artigiani toscani che, negli intagli e negli intarsi in legni colorati applicati alle superfici dei mobili, guardarono alle opere di Thomas Chippendale o ai modelli di George Hepplewhite diffusi attraverso le loro rivisitazioni pubblicate dalla rivista fiorentina Magazzino di Mobilia edita dal 1796 al 1798 (Colle, 2005, pp. 174 – 177).

Ed è proprio in questo clima culturale della Firenze dell’ultimo decennio del Settecento che si colloca l’esecuzione del nostro arredo dove, accanto al recupero dei motivi classici, quali la scenetta intarsiata al centro del piano a guisa di cammeo, si nota una ripresa delle decorazioni presenti nelle tarsie rinascimentali toscane, come ad esempio il motivo dei cartigli posti ai lati della raffigurazione centrale, rappresentante una vestale accanto al fuoco sacro, e il fregio a bucrani sostenenti un panneggio che ricorre lungo le quattro balze sotto il piano. Non solo, anche la stessa disposizione delle tarsie geometrizzanti e delle impiallacciature di palissandro, tutte tese illusionisticamente a portare lo sguardo dell’osservatore verso il centro del piano, ricorda l’impaginazione prospettica degli affreschi a grottesche eseguiti in Palazzo Vecchio e ricopiati dal Levrier insieme al Poggi.

Come si è detto, tra gli ebanisti specializzati in questo tipo di tavolini, costruiti in modo da aprirsi diventando all’occorrenza scrittoi, si deve ricordare Francesco Spighi, menzionato nell’ultimo numero della rivista Magazzino di Mobilia (1798, p. LV, fig. 85) dove è detto che nella città si vedevano molti mobili d’ebanisteria eseguiti secondo i funzionali dettami dello stile neoclassico e tra questi quelli dello Spighi erano recensiti come “superbi lavori, con segreti, piani movibili etc.” (Chiarugi, 1994, pp. 88-89). Nessuna opera certa di questo ebanista è giunta fino a noi ad eccezione di un tavolino – scrittoio in collezione privata che presenta una sobria decorazione ad intarsio a motivi geometrici, in gran parte realizzata con la tecnica rinascimentale del toppo, e un’ingegnosa costruzione meccanica che permette di trasformare il tavolo in scrittoio, assai vicina a quella del nostro esemplare e ad altri tavolini conservati a Palazzo Pitti (Colle, 1992, pp. 94 – 100) e in collezioni private (Chiarugi, 1994, pp. 92 – 98). La bottega dello Spighi, d’altronde, non era l’unica in città in grado di approntare lavori del genere e, dalla lettura dei documenti d’archivio dell’amministrazione della corte granducale, sono emersi i nomi dei fratelli Gaspero e Pietro Landi, Giovacchino Paoli, Marco Calestrini, Matteo Larti, Francesco Sebastiani, Angelo Ballatresi, Giovanni e Carlo Toussaint. Parte delle opere di questi artigiani sono state identificate tra gli arredi delle ex residenze granducali e alcune di esse presentano dei punti di contatto con il presente tavolino: prima di tutto la forma delle gambe ad obelisco rovesciato e poi la controllata decorazione geometrica, l’uso di compiere le raffigurazioni ad intarsio utilizzando un solo legno chiaro ombreggiato grazie all’uso di un ferro incandescente, ed infine le soluzioni tecniche impiegate per creare i meccanismi di scorrimento e apertura del piano probabilmente riprese da quelle inventate dagli ebanisti tedeschi attivi a Firenze intorno alla metà del Settecento.

Il tavolino “a segreteria” potrebbe quindi essere stato creato all’interno della bottega dello Spighi assai apprezzato per i suoi severi mobili neoclassici della corte lorenese e dall’aristocrazia toscana durante l’ultimo quarto del XVIII secolo.

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