Omero e la poesia

Filippo Collino

Torino, 1737 - 1800

Materiale: Marmo bianco

Misure: Altezza 65 cm

Scheda critica a cura del prof. sandro bellesi

L’opera, in ottimo stato di conservazione e ancora provvista della sua patina originale, illustra una coppia di figure, un uomo anziano e una donna nel fiore degli anni, identificabili, in base ad appropriate interpretazioni iconografiche, con Omero e la Poesia. Autore dell’Iliade e dell’Odissea, Omero, il grande poeta della Grecia classica, è descritto, nel marmo, con le sue caratteristiche fisiche più tipiche tramandate dall’antico fino in età moderna. Raffigurato come un uomo già avanti negli anni e dai tratti nobili, questi, quasi privo di chiome ma dotato di fluenti baffi e barba, presenta uno sguardo assente, in modo da alludere alla sua cecità, ritenuta, attraverso alcuni miti, una punizione divina per aver calunniato Elena, moglie di Menelao, amata da Paride. Come in molte opere dedicate a Omero, anche in questo caso il grande compositore, viene raffigurato come aedo e come tale risulta accompagnato da uno strumento musicale a corde, ovvero una cetra. Insieme al poeta, come accennato, compare una giovane donna con alcuni rametti di alberi, tra i quali è presente l’alloro, allusiva a Calliope, musa della poesia epica.

In base alla sigla dell’artista, alla data e ai caratteri di stile è possibile assegnare convincentemente la statua al catalogo estremo di Filippo Collino, scultore, che insieme al più anziano fratello Ignazio (Torino, 1724 – 1793), è da ritenersi una figura di primo piano nel panorama artistico piemontese della seconda metà del Settecento.  

Per seguire le vicende biografiche e professionali di Collino dobbiamo, necessariamente, prendere in esame anche Ignazio, in quanto i due fratelli lavorarono quasi sempre insieme e spesso non è facile distinguere gli interventi di questi maestri nella realizzazione delle opere a loro assegnate.

Dopo aver appreso i primi rudimenti artistici a Torino inizialmente nella scuola di Claudio Francesco Beaumont e poi in quella di Francesco Ladatte, Ignazio Collino, maggiore come detto dei due fratelli, si trasferì a Roma nel 1748, dove, grazie alla protezione di Carlo Emanuele III di Savoia, fu introdotto nell’atelier di Giovan Battista Maini, dove, nel corso di alcuni anni, studiò con particolare attenzione le opere dell’antichità, ricavando da queste alcune copie, poi inviate in patria. Insieme allo studio delle statue greco-romane l’artista si interessò molto delle opere classiciste seicentesche e delle novità del mondo artistico francese. Insieme al fratello Filippo, giunto nell’Urbe nel 1754, Ignazio dette il via a una serrata attività, caratterizzata, già dal 1758, da commissioni importanti, come i marmi di soggetto allegorico-mitologico eseguiti per la Galleria Beaumont nell’Armeria Reale a Torino. Il rientro dei fratelli Collino in Piemonte, avvenuto nel 1767, fu segnato da numerose commissioni pubbliche e private, legate in gran parte a Casa Savoia, tra le quali si segnalano, essenzialmente, gli scenografici monumenti funebri destinati a importanti edifici di culto locali. Autori anche di un numero elevato di modelli o piccole statue in terracotta, oggi conservati in gran parte presso l’Accademia Albertina a Torino, i Collino lasciarono, con le loro opere, un insegnamento importante nella scultura piemontese, come attestano, soprattutto, alcune statue di Giovan Battista Bernero, artista tra i più affascinanti del primo neoclassicismo torinese (per una traccia biografica sui Collino si veda P. San Martino, Collino, Ignazio e Filippo in Saur. Allgemeines Künstler -Lexikon. Die Bildenden Künstler aller Zeiten und Völker, 20, München-Leipzig, 1998, p. 324; con bibliografia precedente). 

Ultima documentazione artistica oggi riferibile a Filippo, l’opera risulta di estremo interesse in quanto costituisce una vera e propria rarità all’interno del catalogo dell’artista, autore noto per sculture condotte esclusivamente in coppia con il fratello Ignazio, deceduto nel 1793.

Caratterizzata da un raffinato linguaggio tardobarocco occhieggiante già i primi germi della cultura neoclassica, l’opera, nata sicuramente per un arredo signorile, trova comparazioni ideali con varie statue licenziate dalla coppia di fratelli nel corso degli anni, a partire dagli anni sessanta del Settecento.

Tra i confronti più pertinenti con l’esemplare in esame ricordiamo, soprattutto, le statue con la Fortezza e l’Affabilità nella Galleria del Beaumont nel Palazzo Reale di Torino e con Atalanta nel Palazzina di Stupinigi (per queste opere si veda A. Tellucin Ignazio e Filippo Collino e la Scultura in Piemonte nel Secolo XVIII in “Bollettino d’Arte”, Anno II, Serie II, 1922-1923, pp. 203, 205 e 213). 

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